Il paradosso dei cinghiali: perché gli abbattimenti di massa non fermano l’emergenza

L’Italia si trova oggi nel pieno di una tempesta perfetta: da un lato l’epidemia di Peste Suina Africana (PSA) minaccia la filiera dei prosciutti e l’export nazionale; dall’altro, la popolazione di cinghiali ha raggiunto numeri senza precedenti, nonostante una pressione venatoria costante e massiccia.

Il nuovo Piano Nazionale di Eradicazione 2026-2028 ha alzato l’asticella, autorizzando l’uso di droni termici e visori notturni nel tentativo di passare dalla “caccia sportiva” a un vero e proprio “depopolamento tecnico”.

Tuttavia, i dati storici rivelano un’incoerenza di fondo che mette in dubbio l’efficacia di questa strategia.

La conferma dei numeri: un volume di fuoco insufficiente

Il dato di circa 300.000 abbattimenti annui in Italia è considerato da molti esperti una stima prudenziale. Secondo i dati elaborati da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e dal Ministero dell’Agricoltura, i prelievi complessivi hanno oscillato costantemente intorno a questa cifra. Nonostante questo volume impressionante di uccisioni, la popolazione nazionale di cinghiali è stimata oggi tra 1,5 e 2 milioni di esemplari, risultando di fatto raddoppiata nel giro di un decennio.

L’incoerenza biologica: i fucili peggiorano la situazione

Esistono precisi motivi tecnici per cui gli abbattimenti attuali alimentano il problema:

Tasso di turnover estremo: Il cinghiale ha una capacità riproduttiva altissima; una popolazione può crescere fino al 150% ogni anno.

Sincronizzazione dei calori: In un branco naturale, la femmina “matriarca” inibisce l’estro delle più giovani attraverso segnali ormonali. Quando la leader viene uccisa, l’equilibrio salta: tutte le femmine del gruppo entrano contemporaneamente in calore, portando a un’esplosione di nascite nota come “risposta compensativa”.

Frammentazione e diffusione del virus: L’attività venatoria sposta gli animali. Se un branco viene attaccato, i sopravvissuti si disperdono in territori vicini, aumentando l’areale della specie e portando il virus della Peste Suina in zone precedentemente indenni.

La svolta scientifica: i vaccini sterilizzanti

Proprio per superare questa impasse, la ricerca punta sui vaccini immunocontraccettivi (come il GonaCon). Questi farmaci bloccano l’attività riproduttiva per diversi anni con una sola somministrazione tramite esche orali. A differenza della caccia, questo metodo non disgrega i branchi e mantiene stabili le gerarchie sociali, prevenendo l’aumento della natalità legato allo stress. È l’unica via per una riduzione demografica duratura che non inneschi cicli di crescita incontrollata.

Il nuovo piano sull’eradicazione dei cinghiali: un fallimento

Il Piano 2026 ammette implicitamente il fallimento del passato cercando soluzioni tecnologiche più spinte, ma la scienza suggerisce che senza un cambio di paradigma non ci sarà soluzione.

Una gestione moderna deve integrare la biosicurezza strutturale degli allevamenti, una gestione dei rifiuti urbana impeccabile e, soprattutto, investimenti massicci nell’immunocontraccezione. Senza questi pilastri, l’Italia rimarrà bloccata in un circolo vizioso in cui i costi economici aumentano di pari passo con i colpi esplosi, senza mai risolvere l’emergenza.

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