“The Shepherd and the Bear” (Il Pastore e l’Orso), diretto dal britannico Max Keegan, è un documentario che esplora la complessa convivenza tra l’uomo e la natura selvaggia nelle montagne dell’Ariège, nei Pirenei francesi. Il documentario, distribuito in Francia nel 2025 con il titolo originale “Le Berger et l’Ours” è uscito nel febbraio 2026, nel Regno Unito. In Italia, non è ancora prevista un’uscita ufficiale nelle sale cinematografiche ma potrebbe partecipare ai principali festival dedicati alla montagna e all’ambiente (come il Trento Film Festival).
La reintroduzione dell’orso nei Pirenei
Il documentario di Max Keegan cattura con sensibilità rara il paradosso di un ecosistema che cerca di guarire se stesso a spese di chi lo abita da generazioni. Al centro della narrazione non c’è solo il ritorno del grande predatore, ma lo scontro frontale tra due visioni del mondo: quella scientifica e conservazionista, sostenuta dall’Unione Europea, e quella ancestrale dei pastori locali.
Il film si apre con un’immagine potente e quasi aliena: un elicottero che cala dal cielo una cassa da duecento chili. All’interno ruggisce un orso bruno, pronto a essere liberato in un territorio che un tempo era suo, ma da cui era stato estirpato all’inizio del millennio. Questo “invio postale” ad alta quota è l’unico modo per aggirare le barricate stradali erette dagli allevatori, che vedono in quel predatore non un simbolo di biodiversità, ma una minaccia diretta alla loro sopravvivenza economica e culturale. Attraverso l’obiettivo di Keegan, il ritorno dell’orso diventa così l’innesco di una resistenza civile scritta sull’asfalto delle strade montane.
Tra i protagonisti spicca la figura di Yves, un pastore di sessantatré anni con il berretto piatto e l’immancabile sigaretta tra le labbra. Yves rappresenta una specie in via di estinzione tanto quanto l’orso: quella dell’allevatore transumante che vive in simbiosi con le stagioni. Accanto a lui c’è Lisa, una giovane di vent’anni che ha scelto di abbracciare questo mestiere durissimo, nonostante la solitudine e le nuove insidie del bosco. Il loro stile di vita, fatto di silenzi e fatica, stride con le analisi degli esperti televisivi che, dai loro studi cittadini, spiegano come l’orso sia prevalentemente vegetariano. Per i pastori, svegliarsi all’alba e trovare pecore agonizzanti è una smentita brutale a qualsiasi statistica accademica.
La bellezza della natura
Keegan, che ha trascorso tre anni nella regione diventando quasi invisibile agli occhi della comunità, riesce a evitare la trappola del giudizio facile. Non c’è un cattivo in questa storia, ma solo una profonda incomprensione tra chi vive la natura come un ideale estetico e chi la vive come un campo di battaglia quotidiano. La tensione narrativa trova un momento di inaspettata tregua quando una contadina, portata dal figlio aspirante fotografo a osservare un’orsa con i suoi piccoli, ammette di trovarsi di fronte a una bellezza sconvolgente.
È in questo momento che il documentario tocca il suo punto più alto, suggerendo che forse l’unica soluzione risieda in una convivenza che non passa per la politica, ma per il riconoscimento della comune vulnerabilità di fronte alla maestosità della montagna.
L’orso in Trentino
Il caso descritto nel documentario The Shepherd and the Bear riflette in modo speculare quanto accade in Italia, in particolare in Trentino, dove il progetto Life Ursus ha generato un dibattito sociale e politico tra i più accesi degli ultimi decenni. La frattura sociale in Trentino ricalca quella francese: da un lato le comunità di valle e gli allevatori, che vivono il bosco come spazio di lavoro e sentono minacciata la propria sicurezza; dall’altro il mondo dell’associazionismo ambientalista e la comunità scientifica, che spingono per una gestione basata sulla prevenzione e sull’educazione alla convivenza.
Negli ultimi anni, la situazione italiana è diventata drammaticamente più complessa rispetto a quella descritta nel film. Se nei Pirenei il conflitto si concentra principalmente sulla predazione del bestiame, in Italia il dibattito è esploso attorno alla sicurezza pubblica dopo incidenti mortali che hanno coinvolto esseri umani. Questo ha trasformato l’orso in un tema di scontro elettorale, portando a ordinanze di abbattimento, ricorsi giudiziari e una polarizzazione estrema dell’opinione pubblica che rende difficile trovare quella “terza via” di equilibrio cercata dal regista Max Keegan.
Un tema di incomunicabilità tra la visione urbana e accademica della natura e la realtà di chi la montagna la abita. Tra rispristino degli habitat e convivenza con l’uomo, il dramma dei selvatici.