Senza baffi un elefante è cieco: i segreti tattili della proboscide

Una recente ricerca pubblicata sulla rivista Science e riportata dal New York Times rivela come i circa 1.000 peli che ricoprono la proboscide dell’elefante non siano semplici residui piliferi, ma sofisticati organi sensoriali. Questi “baffi” sono fondamentali per la sopravvivenza dei pachidermi, sopperendo a una vista debole e a una pelle estremamente spessa. La proboscide è uno strumento straordinario, capace di abbattere alberi ma anche di raccogliere una singola patatina senza romperla; tale destrezza millimetrica è resa possibile proprio dalla sensibilità di questi peli.

A differenza di gatti o ratti, gli elefanti non possono muovere i baffi tramite muscoli facciali. Lo studio condotto da Andrew Schulz del Max Planck Institute ha scoperto che la loro efficacia risiede nella struttura stessa del pelo: sono rigidi alla base e diventano morbidi e flessibili come gomma verso la punta. Questa variazione di rigidità, chiamata “intelligenza materiale“, permette all’elefante di percepire con precisione estrema dove un oggetto tocca il pelo lungo tutta la sua lunghezza.

L’analisi tramite micro-CT ha mostrato che questi peli hanno una sezione trasversale a forma di lama e canali interni simili a quelli degli zoccoli dei cavalli. Senza questa rete tattile, gli elefanti farebbero fatica a esplorare l’ambiente, cercare cibo o interagire socialmente. In sintesi, i baffi estendono il raggio d’azione sensoriale della proboscide, agendo come una sorta di “secondo apparato visivo” basato sul tatto, indispensabile per manovrare oggetti delicati e navigare nel mondo circostante con una precisione che sfida la loro mole mastodontica.

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