Entrare nelle residenze di Jeffrey Epstein non significava semplicemente varcare la soglia del lusso sfrenato, ma immergersi in un universo dove la vita era costantemente ridotta a oggetto, trofeo o simulacro. L’arredamento delle sue proprietà, lontano dall’essere una semplice esibizione di ricchezza, fungeva da estensione visiva di una psiche dominata dal bisogno di controllo totale. Il confine tra il vivente e l’immobile era deliberatamente sfumato, creando un’atmosfera in cui ogni ospite veniva sottilmente messo alla prova da una simbologia macabra e predatoria.
Gli animali impagliati in casa Epstein
Nella celebre townhouse di New York, l’inquietudine accoglieva i visitatori sotto forma di tassidermia. Un barboncino nero impagliato, appollaiato sopra un pianoforte a coda, osservava la stanza con uno sguardo vitreo che sembrava cristallizzare l’ossessione di Epstein per la conservazione della forma priva di spirito. Non era un semplice ornamento: Epstein utilizzava l’animale come un inquietante punto di partenza per le conversazioni, interrogando i suoi interlocutori su cosa significasse, secondo loro, “impagliare un cane”. Era un gioco psicologico volto a testare i limiti morali di chi gli stava di fronte. Poco distante, nel suo ufficio privato, una maestosa tigre imbalsamata presiedeva le stanze del potere, quasi a voler sottolineare la gerarchia predatoria che regnava in quegli ambienti.
La stanza dei trofei di Epstein
Questo scenario di dominio sulla natura raggiungeva il suo apice nel ranch di Santa Fe, dove un’intera ala era stata trasformata in una vera e propria “stanza dei trofei“. Qui, il collezionismo diventava monumentale con la presenza di vari animali esotici, tra cui spiccava una giraffa imbalsamata. In un luogo dove Epstein è stato accusato di aver orchestrato abusi sistematici, la visione di creature così imponenti ridotte a decorazioni immobili appariva come una dichiarazione di vittoria definitiva sulla libertà altrui.
L’arte che ornava le pareti non faceva che approfondire questo senso di disagio. Un dipinto nel ranch del New Mexico ritraeva una giovane ragazza con una fede nuziale, accoccolata accanto a un leone, un’immagine che mescolava l’innocenza infantile con la forza bruta in un modo profondamente disturbante.
Questa estetica della sottomissione trovava conferma anche in ambiti più privati e “satirici”. Documenti emersi nel 2025 hanno infatti portato alla luce i contenuti del cosiddetto “libro dei compleanni” di Epstein, una raccolta di disegni inviati dalla sua cerchia ristretta che ritraevano leoni e zebre in contesti sessualizzati, suggerendo un clima culturale in cui la degradazione e l’istinto animale erano oggetto di scherno e celebrazione.
L’ossessione per il controllo di Epstein si manifestava anche attraverso il gusto per il grottesco e lo scatologico, quasi a voler dissacrare deliberatamente lo spazio che occupava. Sempre nella dimora di Manhattan, una scultura di un cane era posizionata accanto a una rappresentazione artistica di feci canine, un accostamento che rompeva ogni canone di decoro per scendere nel territorio del disprezzo verso l’ambiente circostante. Ogni elemento, dalla tigre nell’ufficio alla ragazza nel dipinto, contribuiva a trasformare le sue case in un mausoleo del potere, dove la bellezza era stata svuotata della sua vitalità per diventare una testimonianza muta della sua volontà di possesso.